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Ultimo aggiornamento: 8:41

In Italia c’è un’emergenza che brucia sotto la cenere da troppo tempo. Non è nuova, ma oggi è più acuta che mai. È l’emergenza salariale. Un dramma che riguarda 24 milioni di lavoratrici e lavoratori, di cui 17 milioni dipendenti, e che la politica continua a ignorare, come se non fosse il cuore pulsante della crisi sociale che stiamo vivendo.

I salari italiani sono fermi da trent’anni. Non è un modo di dire: è un dato. Dal 1990 a oggi, mentre in altri Paesi europei le retribuzioni crescevano, in Italia si sono contratte. E se la crisi del 2008 ha dato il primo colpo, la pandemia, la guerra in Ucraina e la corsa al riarmo hanno inferto il colpo di grazia. L’inflazione è tornata a correre, ma i salari sono rimasti al palo.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tra i Paesi del G20 a economia avanzata, l’Italia è quella che ha perso di più in termini di potere d’acquisto: -8,7% in 17 anni. Peggio di noi, nessuno. E mentre i prezzi dell’energia sono saliti del 43% e quelli del pane del 62%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute solo del 10,1% tra il 2019 e il 2025, a fronte di un’inflazione del 21,6% (dati Istat).