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Ultimo aggiornamento: 13:37

La maggioranza esulta perché “i salari continuano a crescere”. E ci mancherebbe. Ma la verità è che i dati Istat sulle retribuzioni contrattuali tra luglio e settembre dicono altro. Prima di tutto, che a quasi quattro anni dall’inizio della fiammata inflazionistica che ha divorato il potere d’acquisto di famiglie e lavoratori gli stipendi italiani non si sono ancora ripresi: a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali in termini reali restano inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021. Nel terzo trimestre dell’anno il progresso dei salari ha persino rallentato, pur mantenendosi al di sopra dell’inflazione. Se la corsa dei prezzi si è fermata, gli stipendi restano al palo. Solo dieci giorni fa il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato che “alla robusta crescita dell’economia che ha fatto seguito al Covid non è corrisposta la difesa e l’incremento dei salari reali, mentre risultati positivi sono stati conseguiti dagli azionisti e robusti premi hanno riguardato taluni fra i dirigenti”.

L’indice delle retribuzioni orarie a settembre, dicono i dati dell’istituto di statistica, è rimasto invariato rispetto ad agosto e salito solo del 2,6% su base annua, con un +3,3% nel pubblico impiego e aumenti più contenuti nell’industria (+2,3%) e nei servizi privati (+2,4%). I rialzi maggiori – ministeri (+7,2%), militari-difesa (+6,9%) e vigili del fuoco (+6,8%) – derivano da rinnovi recenti nella Pubblica amministrazione. In media, nei primi nove mesi dell’anno le retribuzioni sono aumentate del 3,3% rispetto al 2024, ma il rallentamento dell’industria e la sostanziale stagnazione dei servizi hanno smorzato l’effetto positivo dell’indennità di vacanza contrattuale che ha spinto i salari pubblici.