A dieci anni esatti dalla prima pubblicazione in Francia e in Italia, dopo una lunga serie di peripezie burocratico-amministrativo-politiche, esce anche nei Balcani il mio libro L'ultimo rigore di Faruk (Sellerio). Fin dall'inizio era qualcosa di più di un auspicio, era proprio un obiettivo che uscisse nella terra che lo ha generato.
Se c'è voluto tanto tempo è stato a causa di considerazioni che nulla hanno a che vedere con l'editoria, ma piuttosto con valutazioni di opportunità: la narrazione dell'implosione della Jugoslavia, vista attraverso la fine della sua squadra di calcio, disturbava soprattutto nelle più ingombranti tra le Repubbliche secessioniste sorte dopo le guerre, la Croazia e la Serbia, che volevano tranciare qualunque legame con il passato comune. C'è voluto dunque il coraggio di un editore non per caso sarajevese, Goran Mikulic, per rompere gli indugi e offrire il libro al pubblico per evidenti motivi più interessato.
In questi dieci anni il volume era stato valutato a più riprese in Serbia e in Croazia. Erano stati già pagati a Seuil, la maison francese che aveva commissionato il lavoro, i diritti di pubblicazione, era stata preparata la traduzione, ma al momento di passare alla rotativa c'era sempre un inghippo che prima ritardava e poi definitivamente annullava il progetto. Con spiegazioni spesso assurde ma che, alle strette, si riducevano alle pressioni che il potere politico può esercitare sugli stampatori negando, ad esempio, i sussidi statali. E tutto perché il testo evocava un tempo condiviso sotto la stessa bandiera per qualche verso felice, prima di diventare tragico.








