Carlo Messina e Andrea Orcel sono i protagonisti del risiko e le quote di Caltagirone, insieme a quelle di Delfin, hanno assunto un peso strategico maggiore
La finanza a Roma è soprattutto il ricordo di un'era finita. Le grandi banche non ci sono più, almeno nella loro accezione originaria. Banca di Roma, poi diventata Capitalia, è finita in Unicredit; Bnl è stata inglobata nel gruppo francese Bnp Paribas. Ci sono una serie di istantanee che appartengono ormai agli archivi della storia. I tempi di Cesare Geronzi e Matteo Arpe e lo scontro al vertice di Capitalia, fino al passaggio alla corte milanese di Alessandro Profumo. La lunga partita per il controllo di Banca nazionale del lavoro, patto e contropatto, gli spagnoli del Bbva, Mps e Diego Della Valle da una parte e dall'altra, guidati da Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditori, immobiliaristi e affaristi, da Stefano Ricucci a Danilo Coppola e Giuseppe Statuto, con i loro legami con Gianpiero Fiorani, in una delle battaglie finanziarie più cruente che si possano ricordare.
Oggi, però, gli sviluppi del risiko bancario hanno rimesso al centro della finanza italiana una quota significativa di romanità. Sono romani sia il Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, sia il Ceo di Unicredit, Andrea Orcel. Rivali, amici, diversi tra loro, uno banchiere di sistema per estrazione culturale e attitudine, l'altro interprete più spregiudicato di una finanza di stampo internazionale, tutti e due focalizzati nel massimizzare il valore e i risultati delle banche che guidano.













