Che non sarebbe stata un’estate tranquilla per la finanza italiana era chiaro da tempo. L’ingresso nella partita di Intesa Sanpaolo, prima banca del paese rimasta finora sugli spalti a osservare i concorrenti più piccoli sgomitare, cambia però radicalmente lo scenario. Il gruppo, con quasi mille miliardi di attivi e oltre 600 miliardi di raccolta diretta, ha una forza non solo economica che non ha paragoni per la finanza italiana. Carlo Messina, il manager che guida la banca dal 2015, ha passato gli ultimi due anni a rispondere con la medesima formula («siamo solo spettatori», appunto) alle domande dei giornalisti sul risiko bancario in corso. Ma è chiaro gli spettatori non sono quasi mai disinteressati, tanto meno quando la partita riguarda l’assetto futuro della finanza del Paese. L’operazione che ha preso forma nella giornata di ieri prevede una spartizione del gruppo Mps-Mediobanca tra Intesa appunto e l’emiliana Bper, controllata dal gigante assicurativo Unipol, che si avvale della consulenza dell’ex ad di Mediobanca, Alberto Nagel. A Bper, guidata da Gianni Franco Papa, dovrebbero andare le attività bancarie di Mps. Mentre a Intesa, che per i vincoli antitrust non può crescere né negli sportelli e neppure nelle assicurazioni, andrebbe Mediobanca. Mandando a monte - è il caso di dire - non solo la fusione tra Mps e Mediobanca perseguita dall’ad di Siena Luigi Lovaglio. Ma anche o forse soprattutto l’aggregazione tra Montepaschi e Banco Bpm, che pure ha (o meglio avrebbe, o forse aveva) la benedizione del governo.