Gli analisti militari si stanno scervellando per capire che cosa ha abbattuto l’Apache americano all’imbocco di Hormuz. Sono emerse tesi non ancora confermate, come quella di un drone Shahed, che però è concepito per colpire bersagli prestabiliti a terra, non per inseguire un elicottero a trecento chilometri all’ora. L’ultima ipotesi è che sia stato un piccolo missile antiaereo, il Kowsar-222, imbarcato su un motoscafo veloce dei Pasdaran. Nello stesso momento gli esperti di mercati petroliferi hanno lanciato un’ondata di post di avvertimento che uniscono due espressioni tecniche: “operational minimum” e “tank bottom”. Tradotto: le gigantesche riserve americane non possono essere svuotate fino al fondo, se scendono sotto un certo livello cominciano i problemi. Le due cose sono legate. Se i Pasdaran possono minacciare le pattuglie che cercano di scortare le navi occidentali a Hormuz significa che riaprirlo con la forza è di fatto impossibile. E allora bisogna riaprirlo con la diplomazia. Ma i tempi dei negoziati non possono essere eterni.
La chiusura dello Stretto ha tolto dal mercato il 34 per cento del greggio commerciato, circa 20 milioni di barili al giorno, e il 12 per cento dei prodotti raffinati, un altro paio di milioni. La scarsità preme sui prezzi, ieri l’inflazione americana è salita a 4,2%. Ma il disastro è stato evitato, finora, con l’aiuto delle riserve strategiche. L’Spr Usa, la più importante, è scesa da 417 milioni di barili a 345. C’è ancora spazio, in teoria. Ma non si può scendere a zero. Secondo l’analista saudita Qasem al-Ali, già a quota 300 cominceranno i problemi. Fra un paio di mesi.















