Con il traffico nello Stretto di Hormuz crollato da tre mesi a una piccola frazione dei livelli pre guerra, il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile. Un mistero che interroga trader, analisti e banche d’affari. Perché non si è vista la paventata esplosione delle quotazioni? E’ solo questione di tempo? Una prima risposta all’arcano porta in Cina: la Repubblica popolare ha drasticamente ridotto le importazioni di greggio contribuendo a tamponare la carenza globale di offerta. Ma in parallelo c’è un altro fattore che secondo diverse stime può aver giocato un ruolo non secondario: una parte del petrolio del Golfo continua ad uscire dal Golfo Persico su petroliere che spengono i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto e attraverso successive operazioni di trasbordo in mare aperto che rendono più difficile ricostruire il percorso del greggio.
A rilanciare l’ipotesi è stato Javier Blas, editorialista di Bloomberg specializzato in materie prime. Secondo Blas, il calo delle scorte di greggio negli Emirati Arabi Uniti e l’aumento delle operazioni di trasferimento tra petroliere appena fuori dallo Stretto suggeriscono che una parte dei flussi continui a raggiungere i mercati internazionali. Un ulteriore indizio è la gara bandita dalla compagnia petrolifera statale emiratina Abu Dhabi National Oil Company per la vendita di circa 14 milioni di barili, seguita a pochi giorni di distanza da una seconda offerta da 2 milioni di barili.








