In questi mesi si è parlato a lungo del fatto che, se anche la crisi energetica provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz dovesse finire oggi, servirebbero mesi per tornare alla normalità: ci sarebbero tempi tecnici, legati per esempio alla ripartenza delle esportazioni di petrolio dal golfo Persico, e tempi diplomatici per garantire il riavvio sicuro dei commerci.
Ci sono però altre conseguenze di questa crisi che potrebbero tenere alti a lungo i prezzi del petrolio. Quella attuale è la seconda crisi energetica in quattro anni, dopo quella provocata dall’invasione russa dell’Ucraina, e con ogni probabilità cambierà in modo consistente il modo in cui i paesi si occupano della propria sicurezza energetica. Significa, nei fatti, che tutti vorranno costruire riserve strategiche di petrolio, o aumentarle se le hanno già. La domanda di petrolio potrebbe rimanere alta a lungo, e così i prezzi.
Una delle ragioni per cui i paesi dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico sono stati particolarmente colpiti dalla crisi attuale è la loro grossa dipendenza dalle forniture del Golfo: l’84 per cento del petrolio che transitava per lo stretto di Hormuz era destinato ai mercati asiatici. Allo stesso tempo, molti di questi paesi non avevano riserve strategiche di petrolio, o ne avevano di troppo piccole.







