C’era un accordo quasi fatto, quasi firmato, quasi reale. Poi, come accade da mesi in Medio Oriente, è arrivato un elicottero – anzi, l’assenza di un elicottero – a complicare tutto. Un Apache americano da svariati milioni di dollari, «una macchina incredibile», è stato abbattuto nei cieli dello Stretto di Hormuz da un drone di pochi spiccioli. Secondo Washington, la responsabilità è iraniana. Secondo Teheran, le sue forze aeree non avrebbero condotto alcuna operazione offensiva nelle 24 ore precedenti.

TRUMP HA DICHIARATO che la risposta americana «dovrà essere molto forte, molto incisiva», accantonando le «fasi finali» del negoziato nucleare di cui aveva parlato appena poche ore prima. Il Comando americano non ha perso tempo: 20 siti iraniani colpiti nell’isola di Qeshm, nella città costiera di Sirik e nel porto di Jask, sul Golfo di Oman.

Tra gli obiettivi colpiti anche due serbatoi di acqua potabile, interrompendo l’accesso all’acqua per circa 20mila civili. Una «risposta proporzionata» e di «legittima difesa», hanno precisato gli americani, cercando una legittimità giuridica in una guerra che ha ormai ridotto il diritto internazionale a poco più di una promessa tra amici.

Gli iraniani non sono rimasti a guardare. Ventuno obiettivi colpiti nelle basi americane della regione in Bahrain, Giordania e Kuwait. Il ministro degli esteri Araghchi ha avvertito che l’Iran «non avrebbe lasciato impunita alcuna aggressione o minaccia». Il portavoce del ministero, Baqaei, ha aggiunto che gli attacchi americani hanno messo a repentaglio i negoziati in corso, senza dimenticare di citare Israele, che continua a violare il cessate il fuoco in Libano con “encomiabile” costanza.