Pari e patta, si ricomincia. L’esito delle ultime elezioni amministrative conferma sostanzialmente quanto già si sapeva. E cioè che il Paese ormai è diviso in due «fazioni». O, per meglio dire, in due «nazioni»: da una parte la destra che si afferma in quasi tutto il Nord, a cominciare dalla riconquista di Venezia; dall’altra una sinistra che mantiene pressoché intatto il suo controllo nel Mezzogiorno, con l’eccezione di Reggio Calabria che, al di là della vittoria elettorale, mostra in controluce tutti i problemi dello schieramento di governo quando oltrepassa la linea del Garigliano.
Siamo dinanzi a un gioco di specchi: entrambe le coalizioni, là dove prevalgono, hanno un effetto rassicurante sulla maggioranza degli elettori, garantendo di fatto l’equilibrio degli interessi dominanti. Tuttavia, nella situazione contraria, non sono in grado di rovesciare gli assetti al potere con proposte e candidati credibili. Potremmo affermare, applicata la tara dei singoli casi, che anche in questa consultazione emerge una sola autentica vincitrice, quella tendenza politica e culturale che da tempo inchioda l’Italia a un conservatorismo senza bandiera. L’architettura dell’immobilismo sembra aver rosicchiato gli ultimi spazi liberi: le istituzioni locali, in cui una volta si forgiavano copioni e protagonisti pronti poi a calcare la scena romana, oggi sono recipienti destinati essenzialmente alla raccolta del consenso indifferenziato che, da sempre, è il concime migliore per difendere lo status quo da qualsiasi mutazione.









