«Quando ho sentito Dina ha detto che il pm ha prolungato la detenzione di ulteriori trenta giorni, mi sembra che le cose si stiano un po’ ingarbugliando», dice Giuseppe Alberizia. Parla della sorella, pugliese residente in Piemonte, in pensione da quattro anni e da due determinata a fare qualcosa per i palestinesi di Gaza.

È L’ELEFANTE NELLA STANZA della conferenza stampa: i dieci attivisti trattenuti in Libia da diciotto giorni erano lì perché a Gaza «continua a esserci un genocidio che qualcuno chiama lento, qualcuno chiama a bassa intensità ma vuol dire che i palestinesi continuano a morire ammazzati», dice la portavoce della Global Sumud Flotilla italiana, Maria Elena Delia.

Gli aggiornamenti continuano a essere pochi: in più di due settimane il console d’Italia a Bengasi ha potuto incontrare i dieci attivisti soltanto due volte, una delle quali ieri mattina. Poche le telefonate ai familiari. Si trovano a Bengasi in un luogo non definito, con una probabile accusa di ingresso illegale nel paese, un’altra di assembramento illegale e un’udienza saltata che ha lasciato il posto a un’estensione di trenta giorni per l’approfondimento delle indagini in corso.

Tutto ufficioso e non c’è traccia di «quella pressione politica e mediatica che una situazione come questa avrebbe richiesto dal momento uno, figuriamoci dopo tre settimane», continua Delia.