Dall’alto della Estela de Luz, il monumento eretto per celebrare il bicentenario dell’indipendenza messicana, un enorme striscione guarda Città del Messico e il mondo. «Anche questo è in gioco», recita. Sotto, una lista di rivendicazioni che incrina la narrazione ufficiale del paese chiamato a inaugurare i Mondiali di calcio 2026: «Migrazione con dignità», «Giustizia ambientale», «Stop alle armi», «Giustizia per i desaparecidos», «Le persone prima del commercio». E infine: «Il mondo sta guardando».

È QUI CHE SI GIOCA LA PARTITA politica aperta da oltre cento organizzazioni messicane e statunitensi, tra cui Amnesty International, Greenpeace e Global Exchange. Mentre il Messico ospita, insieme a Stati Uniti e Canada, il più grande evento sportivo del pianeta, oltre cento organizzazioni per i diritti umani e la giustizia ambientale provano a spostare lo sguardo oltre gli stadi. Non per contestare il Mondiale, ma per trasformare la sua enorme visibilità in una cassa di risonanza per le crisi che attraversano il Nord America: le sparizioni, la militarizzazione della sicurezza, la violenza contro le persone migranti e gli attacchi a chi difende l’ambiente.

«Vogliamo approfittare dell’attenzione che il Mondiale concentra sul Messico per mostrare ciò che si vive quotidianamente in questa parte di mondo sul piano dei diritti umani, sociali e ambientali», spiega Edith Olivares, direttrice esecutiva di Amnesty International Messico.