Lo striscione di plastica bianca, lungo circa quattro metri, recita in spesse lettere nere: «Lasciaci giocare, o ci vuoi reprimere?». Sono le 8 del mattino e l’incrocio tra Avenida del Iman e Gran Sur, a scarsi chilometri dallo Stadio Azteca, un gruppo di manifestanti blocca lo scorrimento del traffico per protestare contro i Mondiali. La mobilitazione, che riunisce comitati di quartiere, collettivi pro-Palestina, artisti, poco a poco diventa più partecipata.

La grande statua in bronzo di Frida Kahlo, che spicca nel mezzo dell’incrocio e che la sindaca di Città del Messico Clara Brugada ha fatto installare appena tre mesi fa, viene adornata con messaggi ad hoc, come «Fifa go Home» e «Benvenuti ai Mondiali del saccheggio e dei desaparecidos», e avvolta con bandiere palestinesi.

MANCANO POCHE ORE alla cerimonia inaugurale del più grande e costoso evento sportivo globale, ma qui, sul cemento, la prima partita di calcetto popolare è già iniziata, con tanto di cronaca in diretta gridata al megafono.

Per Ana López, una giovane che partecipa alla manifestazione in maniera spontanea e solidale, le ragioni per protestare non mancano. E non solo in Messico. «A livello globale c’è una situazione molto contraddittoria rispetto all’immagine che vogliono dare di una festa, di paesi uniti – osserva -. La Fifa è come una multinazionale che opera in modo poco empatico con le popolazioni dei luoghi in cui organizza gli eventi. E ha privatizzato il calcio, uno sport che è sempre stato molto popolare. È un Mondiale per le élite e che, inoltre, danneggia in vari modi la nostra qualità della vita».