Dalla Partita del secolo alla Mano de Dios, lo stadio simbolo di Città del Messico diventa il primo impianto della storia a ospitare tre edizioni della Coppa del mondo. Tra allarmi sulla stabilità dell’infrastruttura, battaglie sul nome e il messaggio della presidente Sheinbaum, il paese prova a raccontare un calcio diverso e a distinguersi dall’America di TrumpAzteca. Basta la parola. Per secoli il ricordo di una civiltà, da 60 anni anche uno stadio. E che stadio! Si potrebbe cominciare dando un’occhiata a un muro dell’impianto dove si «rende omaggio alle selezioni di Italia e Germania, protagoniste nel Mondiale 1970 della partita del secolo». Ma sì, il mitico 4-3 di Riva e Rivera, e non solo loro, ai supplementari. E 16 anni dopo, un nome, Diego Armando Maradona, la mano de Dios ma anche l’azione in cui slalomeggiò fra un inglese e l’altro prima di sPer continuare a leggere questo articoloSei già abbonato?Valerio PiccioniRomano, giornalista cresciuto a Paese Sera e poi per 33 anni della Gazzetta dello Sport, ha seguito otto volte le Olimpiadi, otto volte il Giro d’Italia e nove il Tour de France. Fra i suoi libri, “Quando giocava Pasolini”, “La rivoluzione di Bikila”, “Il campione partigiano” e “Baci Olimpionici”. Con un gruppo di amici ha ideato la Corsa di Miguel, l’evento che da 25 anni ricorda la figura del maratoneta poeta argentino desaparecido Miguel Sanchez.