ROMA – Fra un paio di giorni ricorrerà l’anniversario di un referendum tra i più disattesi nella storia della Repubblica. Avvenne il 12 e il 13 giugno del 2011 e servì per far pronunciare gli italiani su un quesito importantissimo: e cioè se l’erogazione dell’acqua dovesse essere considerato un servizio pubblico, oppure se – come avveniva e in parte avviene ancora – quel servizio essenziale debba essere esercitato da strutture private. Nel frattempo, nel nostro Paese si continua a disperde più del 40% dell'acqua potabile che scorre negli acquedotti prima che arrivi ai rubinetti delle case: una brutta storia che costa miliardi.
Grande afflusso di elettori: il 95% votò per l’acqua come bene pubblico. Ci fu una partecipazione straordinaria di votanti, circa il 60%, e il risultato fu che oltre il 95% degli elettori votò "SÌ" all’abrogazione delle norme che favorivano (e favoriscono ancora) la privatizzazione dei servizi idrici. Nello stesso tempo, il voto sancì l’eliminazione della "remunerazione del capitale" dalle bollette. Si scelse, insomma, di affermare un principio: l'acqua è un bene comune che non può convivere e tollerare nessuna logica di profitto.
La graduale marcia indietro in atto. Chi promosse il referendum chiedeva semplicemente che il servizio idrico in tutta Italia fosse gestito da enti di diritto pubblico, al di fuori di ogni criterio speculativo, di profitto. La realtà vera, a 15 anni da quella consultazione che ebbe l’esito che ebbe, è che gran parte della gestione del servizio idrico è affidata ad aziende multiservizi, che spesso sono quotate in borsa. Ma di fronte a tutto ciò, si si continuano a manifestare nei territori tendenze di ripubblicizzazione del servizio idrico, una volta arrivati alla scadenza delle concessioni.










