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Uno scontro aereo sullo Stretto di Hormuz ha innescato nella notte tra il 9 e il 10 giugno la più grave escalation militare diretta tra Stati Uniti e Iran degli ultimi anni. Tutto è cominciato con l’abbattimento di un elicottero Apache dell’esercito americano: i due membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo in condizioni stabili, ma l’incidente ha immediatamente fatto scattare la risposta di Washington. Donald Trump ha annunciato gli attacchi con un post sui social media, affermando che gli Stati Uniti “dovevano rispondere”. Una dichiarazione che stride con quanto aveva dichiarato poche ore prima al “Wall Street Journal”, definendo l’episodio “non un grosso problema” e rassicurando sull’incolumità del pilota. Ciononostante, il Comando centrale Usa (Centcom) ha lanciato diverse ondate di attacchi lungo la costa meridionale dell’Iran e nello Stretto di Hormuz, dichiarando al termine delle operazioni - durate oltre tre ore - che i raid erano terminati e che Washington restava pronta a difendersi da “un’ingiustificata aggressione iraniana”.
L’Associated Press ha precisato che l’elicottero sarebbe precipitato dopo uno scontro con un drone iraniano, ma rimane incerta la natura intenzionale o accidentale della collisione. Sul campo, i media statali di Teheran hanno riferito che nelle ultime 24 ore nessuna operazione aerea militare è stata condotta nello Stretto di Hormuz.













