di
Anna Fregonara
Non bastano ottimismo e buoni consigli: l’ascolto e il riconoscimento delle emozioni sono più utili delle rassicurazioni. Solo dopo è possibile accompagnare la persona verso una visione più ampia del problema
Tutti noi abbiamo incontrato, almeno una volta, un familiare, un amico o un collega depresso o semplicemente fonte inesauribile di pessimismo. Alcuni li evitano perché non sanno che cosa fare o hanno paura di «contagiarsi». Altri cercano di aiutare e l’impulso più naturale è di spingere chi ha bisogno a «tirarsi su», come se quel malessere o attitudine fosse qualcosa che ci si scrolla di dosso con facilità, con frasi come «il tempo guarisce tutte le ferite» o «ti sentirai meglio se fai esercizio».
Qual è il supporto più efficace «Spesso sono controproducenti. La persona depressa o negativa le percepisce come un’accusa perché è convinta di essere un peso, di non meritare attenzione. Quando qualcuno resta vicino nonostante il dolore, questa presenza contraddice quella voce interiore ed è questo il primo passo importante per aiutare», chiarisce Diego Sarracino, professore associato di Disturbi d’Ansia e dell’Umore all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. «C’è, però, una trappola in cui è facile cadere: rassicurare in continuazione, rispondendo a ogni preoccupazione “andrà tutto bene”. A lungo andare non aiuta. Il supporto più efficace non consiste nel negare o minimizzare il problema, ma nel creare lo spazio perché la persona possa affrontarlo senza sentirsi sola». Restare accanto a chi soffre non è semplice. Una ricerca sulla regolazione sociale delle emozioni, pubblicata sulla rivista Emotion, suggerisce che la strategia della validazione emotiva, cioè l’atto di riconoscere i sentimenti di una persona, risulta il feedback più confortante dai partecipanti. «Questo vuol dire che frasi come “capisco come ti senti” o “sembra davvero difficile” sono tra le risposte più apprezzate», continua Sarracino. «Invece, frasi tipo “calmati” o “c’è chi sta peggio” peggiorano le cose perché attivano il cosiddetto disagio secondario: la persona che soffre sviluppa un giudizio negativo sulla propria sofferenza (“Sono sbagliato a sentirmi così”), generando vergogna e senso di inadeguatezza che aggravano il quadro. La validazione emotiva interrompe questo circolo perché riconosce l’emozione come legittima».








