La verità è che nemmeno ce l’ha fatta a portare a termine il suo compito, l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, indagato dalla procura di Roma insieme all’ex consigliere d’amministrazione della società Ponte sullo Stretto Spa Giacomo Saccomanno e all’imprenditore Vincenzo Virgiglio per corruzione in relazione ai pareri che la magistratura contabile ha dato lo scorso autunno sulla grande opera per definizione. Erano i tempi della delibera Cipess, quella dell’approvazione definitiva del «Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria – Ponte sullo Stretto di Messina» e della programmazione di risorse per 13.5 miliardi di euro.
FATTA quella bisognava solo aspettare il controllo preventivo di legittimità da parte della Corte dei conti, che è arrivato in due tranche – prima a fine ottobre e poi a metà novembre dell’anno scorso – ed è stato negativo: visto revocato perché l’istruttoria era carente e contraddittoria. E perché la direttiva Ue sugli appalti non era applicata correttamente. Una decisione che scatenò le ire del governo, dalla premier Giorgia Meloni in giù, passando ovviamente per l’agguerritissimo Matteo Salvini, da sempre sostenitore del ponte.
Ecco, secondo i pm di Roma che hanno cominciato a indagare dopo essere stati allertati dalla stessa Corte dei conti, Saccomanno e Virgiglio avrebbero a lungo lavorato per trovare un qualche magistrato contabile disposto a far sì che tutto andasse per il verso giusto, e cioè che la delibera Cipess ottenesse il via libera. E qui sarebbe spuntato Miele, alla vigilia della pensione (ci è effettivamente andato a febbraio), pronto, si legge nei decreti delle perquisizioni effettuate dal Ros dei carabinieri, a dare «costanti aggiornamenti sulla procedura» e a «rivelare informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi e sullo sviluppo della relativa camera di consiglio in adunanza plenaria».










