Francia, Coppa del Mondo FIFA 1998. È il 13 giugno e qualcosa nella narrazione e nel design delle identità nazionali sta per cambiare. In campo, da una parte, la Corea del Sud. Dall’altra il Messico, nazionale all’undicesima partecipazione: un gruppo che sfoggia sul petto una faccia verde smeraldo, capace di rivoluzionare l’immagine delle uniformi. Era il volto di Tonatiuh, il dio azteco del sole, incluso nella maglia non come una filigrana, ma stampato direttamente in tono scuro su sfondo verde. L’uniforme venne realizzata da ABA Sport, marchio anch’esso messicano di Monterrey. L’idea di fondo era quella di fornire un’immagine rappresentativa del Paese di fronte al mondo intero, senza stereotipi. E non c’è nulla di più messicano dL’ANALISIella cultura azteca. Quella prima partita del gruppo E il Messico la vincerà per 3-1, rimontando una Corea rimasta in 10 dopo l’espulsione di Ha Seok-Ju, consapevole che qualcosa si era rotto.
Arrivati alle porte del Mondiale 2026, ospitato da Canada, Usa e proprio quel Messico capace di strappare con la storia mettendo la tradizione al centro di tutto, si può osservare come la cultura del vestire sul rettangolo verde sia cambiata. Evolvendo quel pensiero rivoluzionario ogni giocatore che scenderà in campo sarà lo specchio del proprio Paese, delle idee e dei valori di un popolo intero. Una pelle sopra la pelle. Raccontare una nazione usando colori, font e richiami al folklore mette ogni quattro anni a dura prova i designer che lavorano per i principali marchi sportivi, alla ricerca della soluzione e del risultato migliore possibile. Ogni partita diventa una sfilata e ogni calciatore un modello. Da emulare su un campo di calcetto, alle grigliate o al mare nel goffo tentativo aldobagliesco di spingere di testa un pallone tra due pali di infradito. Negli ultimi anni sono stati tre i brand capaci di spartirsi i principali club del mondo. Nike, Adidas e Puma ogni anno si confermano fucine di maglie capaci di creare un forte dibattito sul design e sull’importanza di mettere i club e le città di appartenenza al centro. Ma se nei vari campionati spesso viene lasciato spazio ad altri interpreti in questo risiko - si vedano in Serie A realtà solide come Kappa, Macron o Joma -, il prospetto di questo Mondiale lascia molto meno spazio agli underdog. Infatti le tre grandi case di abbigliamento vestono più del 77% delle nazionali in gara, per un totale di 36 Paesi rappresentati su 48 (rispettivamente 13 nazionali Adidas, 12 Nike e 11 Puma). Tra le sorprese invece spicca la spagnola Kelme, unico brand a vestire ben due Nazionali, Bosnia Erzegovina e Giordania.














