Una nuova spirale di guerra avvolge il Medio Oriente. La notte tra il 7 e l’8 giugno segna un altro punto di svolta. Le ostilità tra Iran e Israele sono tornate a infiammarsi dopo l’attacco israeliano a Beirut, due uccisi e venti feriti, a cui Teheran ha risposto con una raffica di missili contro il nord di Israele. Fuoco incrociato su strutture militari e industriali, mentre entrambe le parti alzavano il tiro della retorica, evocando scenari catastrofici.

Domenica sera Majid Mousavi, vice comandante della forza aerospaziale iraniana, aveva anticipato l’attacco con due parole: «Come promesso». Un messaggio dall’ambiguo destinatario, rivolto a Israele, ma forse anche a un’opinione pubblica libanese, specialmente quella sciita, che aspettava una reazione iraniana. Secondo fonti iraniane, i missili balistici hanno preso di mira la base aerea di Ramat David, a circa venti chilometri da Haifa.

Intanto Trump insisteva sul fatto che un accordo per porre fine alla guerra rimanesse a portata di mano. Al Financial Times ha parlato di pressioni su Israele per evitare un’escalation, aprendo così la strada a un’intesa definitiva con Teheran. Poche ore dopo, l’esercito israeliano annunciava di aver colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale. Esplosioni sono state udite nella capitale iraniana Teheran, ma non ci sono state vittime. Le autorità iraniane hanno confermato danni parziali all’impianto petrolchimico di Karun a Mahshar, nel sud-ovest. La rappresaglia iraniana arriva poco dopo contro un impianto petrolchimico nella città di Haifa, nel nord di Israele.