Quello che è successo questa notte, con i lanci di missili iraniani su Israele seguiti dai bombardamenti israeliani sull’Iran, interrompendo due mesi di tregua, segna diverse fratture. Con una domanda fondamentale: si tratta della ripresa della guerra o di un modo per influenzare i negoziati che sarebbero sul punto di concludersi?

La prima frattura degna di nota è quella dell’Iran, che si è preso il rischio di attaccare direttamente Israele per rispondere a un attacco israeliano sul Libano, e più precisamente nella periferia sud di Beirut. L’Iran vuole tenere legate a ogni modo le questioni iraniana e libanese, a rischio di vedersi bombardare il proprio territorio; e lo fa mettendo in gioco il proprio ruolo di potenza regionale e la propria influenza in Libano, non solo attraverso Hezbollah, ma direttamente.

La seconda frattura è l’atteggiamento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha disobbedito allo statunitense Donald Trump attaccando Beirut e poi di nuovo rispondendo all’Iran, mentre il presidente statunitense gli aveva pubblicamente chiesto di non farlo per non compromettere un accordo con l’Iran considerato imminente.

Queste fratture rivelano la complessità dello scacchiere regionale ricomposto dopo due anni e mezzo di guerre su più fronti. Israele e l’Iran sono impegnati in una lotta che entrambi considerano inevitabile per la propria sopravvivenza, mentre gli Stati Uniti, trascinati in questa guerra dall’arroganza di Donald Trump, cercano di limitare i danni con ogni mezzo.