Per capire che cosa sia diventato Ravenna Festival non basta una sera: occorre abitarlo per due giorni, dalla colazione sotto gli alberi alle nove del mattino all'ultimo arco che si spegne in basilica. Solo allora se ne coglie la doppia natura: i grandi organici convivono coi laboratori e le proposte minime, e il senso sta proprio lì. La trentasettesima edizione si intitola "Nacque al mondo un sole", verso cinquantesimo del canto XI del "Paradiso", dove Dante affida a Tommaso d'Aquino l'elogio di Francesco: a ottocento anni dalla morte, un titolo già tesi, perché nessun altro santo esercita oggi un fascino tanto diffuso. Il poverello che parla agli animali e attraversa le linee per incontrare il sultano, che conosce la prigionia di guerra e affida al volgare la lode al creato, è il santo di un umanesimo che non appartiene più ai soli credenti e parla a chiunque invochi pace, dialogo, solidarietà. È la linea che cuce insieme registri lontanissimi.

Stefano Bollani al pianoforte con sua figlia Frida | ©Zani-Casadio

La sera che ho scelto come ouverture, a rigore, di Francesco non dice nulla, e per questo ne dice tanto. Stefano Bollani schiera i suoi All Stars — Rava alla tromba, Fresu, Sepe ai fiati, Salis alla fisarmonica, Tavolazzi al contrabbasso, Gatto alla batteria, il giovane Mascetta alla chitarra e, accanto a lui, la figlia Frida Bollani Magoni, non vedente, al pianoforte e alla voce — ma il centro vero è il film che precede il concerto, "Tutta Vita" di Valentina Cenni, attrice, complice tv e moglie di Bollani: una piccola via italiana al video musicale dove il concerto diventa conseguenza e incarnazione vivente del racconto appena visto. La cinepresa di Luca Bigazzi entra discreta in un palazzo nobiliare di Gorizia, dove dieci musicisti passano una settimana per allestire un concerto irripetibile, e a un certo punto qualcuno lascia cadere la domanda cui nessuno osa rispondere: a che serve la musica? Non risponde nessuno perché la risposta è nel titolo: suonata bene, e con la voglia di divertirsi, la musica aggiunge vita ai giorni, non i giorni alla vita. A chiudere il cerchio è Rava, oggi ottantaseienne, con un sussurro che vale l'intero film: «Puoi suonare anche coi musicisti più bravi del mondo, ma i momenti sublimi vengono fuori quando c'è empatia vera, quando s'instaura una sorta di democrazia perfetta, quando ciascuno mette da parte il proprio ego». Difficile dirlo meglio. E quando Bollani immagina perfino Beethoven nell'atto di improvvisare, senza sapere dove le note lo porteranno, anticipa ciò che Cacciari dirà sul canto: l'opera nasce dove l'io si fa da parte. Frida, non vedente, educa la voce alla Didone di Purcell e suona a quattro mani accanto al padre, in un'onda dove musica e affetto si confondono. Ma in “Tutta vita” si ride, si ride e si gioca: la musica insieme, per i grandi del jazz, è sempre stata un serissimo gioco.