Ci sono malattie che occupano le prime pagine. E ce ne sono altre che consumano lentamente la vita di migliaia di persone nel silenzio. La fibrosi polmonare appartiene alla seconda categoria. Non ha la drammaticità immediata di un tumore o di un infarto. Lavora in silenzio. Occupa gli spazi della vita uno per uno. Prima una scala diventa più lunga. Poi una passeggiata diventa un'impresa. Poi anche respirare smette di essere un gesto automatico. Lentamente, inesorabilmente, la malattia stringe.
Quando nell'estate scorsa a San Francisco sono stati presentati i risultati sul Nerandomilast, quella notizia scientifica era qualcosa di diverso da un paper accademico. Una speranza concreta. Uno di quei momenti in cui la ricerca cambia davvero le coordinate della vita di migliaia di persone.
C'è anche un motivo di orgoglio nazionale: dietro quella svolta c'è il professor Luca Richeldi, direttore del CeMAR al Policlinico Gemelli, uno dei principali artefici di un avanzamento terapeutico che il mondo della pneumologia considera tra i più importanti degli ultimi vent'anni. Un italiano, che lavora in Italia, che ha contribuito a costruire una speranza per i malati di tutto il mondo.
Il paradosso sta esattamente qui.










