Lo storico Benny Morris: nulla di buono dall'accordo
«Si tratta di esperienze e sviluppi paralleli, a volte interconnessi. La rivoluzione iraniana diffonde l’Islam radicale nella regione dove l’Iran ha creato gruppi politici o militari. Allo stesso tempo, è in corso un conflitto arabo-israeliano. I due fenomeni sono collegati dal fatto che uno dei pilastri della politica estera iraniana è la distruzione di Israele e per raggiungere l’obiettivo usano i gruppi che hanno creato. La guerra iniziata nel 2023 e proseguita con scontri diretti tra Israele e Iran negli ultimi due anni è il culmine di questa traiettoria». A dirlo oggi è lo storico Benny Morris in una intervista a La Stampa. Nella quale spiega che i negoziati di Trump possono rendere il regime iraniano una minaccia peggiore di prima: «È troppo presto per dirlo. Siamo appena alla fine di questo conflitto e nel bel mezzo di una fase di negoziato postbellico. Non sappiamo ancora come finirà esattamente. Potrebbe esserci una nuova ondata di guerra o una campagna su larga scala, oppure episodi di minore entità».
L’Iran e le armi atomiche
Ma secondo lo storico «ciò che sembra emergere per ora non è buono, almeno dal punto di vista di Israele e, credo, anche da quello dell’Occidente. L’Iran rinnoverà la sua potenza militare e continuerà o riprenderà lo sviluppo di armi atomiche, a meno che non venga fermato. Ma i negoziati non sembrano portare a questo». Anche se, spiega, «si tratta in realtà dell’assalto degli islamisti all’Occidente, iniziato con lo sterminio degli armeni, dei greci e degli altri cristiani in Turchia da parte dei musulmani all’inizio del secolo scorso. Anche la guerra contro l’impresa sionista o contro Israele, visto come un’estensione dell’Occidente in Medio Oriente, fa parte di questa lotta».







