Benny Morris non è un politologo. È uno storico. Quando gli si chiede una previsione sul futuro, spesso risponde: «Non lo so». Ma poi riesce a mettere una distanza temporale tra noi e il presente e a spingere la sua analisi verso le radici profonde degli eventi, verso i processi storici nel loro complesso. Per questo, più che chiedergli cosa accadrà domani in un Medio Oriente dove regna il caos, lo abbiamo interrogato sulle traiettorie della crisi. Professore, tendiamo a interpretare il Medio Oriente soprattutto attraverso il conflitto israelo-palestinese. Ma per quasi mezzo secolo la regione è stata plasmata dalla rivoluzione iraniana. Qual è la sua lettura? «Si tratta di esperienze e sviluppi paralleli, a volte interconnessi. La rivoluzione iraniana diffonde l’Islam radicale nella regione dove l’Iran ha creato gruppi politici o militari. Allo stesso tempo, è in corso un conflitto arabo-israeliano. I due fenomeni sono collegati dal fatto che uno dei pilastri della politica estera iraniana è la distruzione di Israele e per raggiungere l’obiettivo usano i gruppi che hanno creato. La guerra iniziata nel 2023 e proseguita con scontri diretti tra Israele e Iran negli ultimi due anni è il culmine di questa traiettoria». I negoziati di Trump rendono il regime iraniano una minaccia peggiore di prima? «Non lo so. È troppo presto per dirlo. Siamo appena alla fine di questo conflitto e nel bel mezzo di una fase di negoziato postbellico. Non sappiamo ancora come finirà esattamente. Potrebbe esserci una nuova ondata di guerra o una campagna su larga scala, oppure episodi di minore entità. Ciò che sembra emergere per ora non è buono, almeno dal punto di vista di Israele e, credo, anche da quello dell’Occidente. L’Iran rinnoverà la sua potenza militare e continuerà o riprenderà lo sviluppo di armi atomiche, a meno che non venga fermato. Ma i negoziati non sembrano portare a questo».