Cosa abbia significato Carlton Myers, nella storia della Fortitudo, è noto. Se però, dopo l’addio dell’icona del tifo, lui è diventato "Mancinelli-numero-uno" – il coro della Fossa dei Leoni e di tutto il PalaDozza – significa che Stefano, per i tifosi dell’Aquila, è davvero un ragazzo speciale. Mancinelli, anzi, Il Mancio, come lo chiamano tutti, nasce a Chieti il 17 marzo 1983.

Le giovanili a casa sua poi, dal 2000, il trasferimento a Bologna dove, con il tiro mancino e il celebre passo di incrocio, scrive pagine importanti nella storia dell’Aquila. Fa il suo esordio, in serie A, il 14 aprile, contro la Viola Reggio Calabria. E’ la stagione che segue il primo scudetto dell’Aquila. Per la Fortitudo arrivano sconfitte importanti nel derby perché, dopo il tricolore Paf, ci sarà il Grande Slam bianconero. E, forse anche per questo, cresce fiera la rivalità del Mancio nei confronti della V nera. In Fortitudo fa coppia fissa con Robert Fultz, figlio d’arte, pure lui prodotto delle giovanili dell’Aquila. La coppia diventa un terzetto inseparabile nell’estate del 2003 quando, la radiazione della Virtus, porta in via San Felice un altro ragazzo di belle speranze, Marco Belinelli.

Che la coppia iniziale, Mancio-Fultzino, sia tanto talentuosa quanto effervescente fuori dal campo, lo testimoniano le parole recenti di Luca Banchi, ct della Nazionale italiana. Alla presentazione delle maglie per il centenario, al Mubit, Banchi non fa tanti giri di parole. "Mancio è un ragazzo eccezionale. Ma quando lo guidavo nelle rappresentative giovanili nazionali, fui costretto a tagliare un suo compagno di squadra".