Come se Libano e Iran non fossero due espressioni di una medesima equazione, e come se l’accordo che gli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere non fosse legato a doppio filo a quel che accade a Beirut, Benjamin Netanyahu ieri mattina ha dato l’ordine di bombardare Dahieh, il sobborgo nel sud della capitale libanese. Scatenando la prevedibile, e annunciata, reazione missilistica del regime iraniano. Dunque la tregua vacilla, e vacilla perché il premier dello Stato ebraico volutamente tiene distinte due situazioni che, invece, a Teheran considerano unite. Per motivi contingenti, ma anche per calcolo politico.

Trump è nel mezzo, in difficoltà per un’intesa sul nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz difficile da mettere insieme. Presidente al telefono, che ancora ieri sera, dopo che i caccia dell’Idf si sono alzati in volo verso la Repubblica islamica, ha chiamato Netanyahu per provare a fermare la rappresaglia aerea che può mandare tutto, definitivamente, a scatafascio.

«Non sono contento degli attacchi di Israele su Beirut», ha detto il tycoon al sito Axios, quindi contraddicendo, o comunque dimostrando di non condividere, la versione fatta circolare ieri ai media israeliani da fonti governative che appaiono molto vicine all’ufficio del primo ministro. Versione secondo cui l’accordo Usa-Libano-Israele sul cessate il fuoco annunciato il 4 giugno, dopo la famosa telefonata di Trump a Netanyahu di tre giorni prima (quella del «cosa diavolo stai facendo? Sei pazzo?», con la quale il tycoon ha bloccato un raid su Beirut), autorizzerebbe Israele a colpire la roccaforte sciita di Dahieh nel caso in cui Hezbollah prenda di mira i civili nel nord della Galilea. A stare a quel che dice Trump, la Casa Bianca non ha autorizzato il raid di ieri.