Viviamo nell’epoca del Cut & Paste. Copiamo testi, immagini, dati, idee, modelli economici, strategie politiche e stili di vita. Lo abbiamo sempre fatto, ma oggi l’Intelligenza artificiale ha portato questo fenomeno a una scala mai vista. La questione non è se l’Ia ci sostituirà, ma come cambierà il cervello umano. Da genetista credo che per comprendere questa rivoluzione sia necessario tornare a Jean-Baptiste Lamarck. La genetica moderna ha dimostrato che Lamarck aveva torto sul meccanismo dell'ereditarietà, ma aveva intuito un principio straordinariamente moderno: ciò che viene utilizzato si sviluppa, ciò che viene abbandonato tende a ridursi. Le neuroscienze confermano oggi che il cervello è plastico. Le connessioni neuronali si rafforzano quando vengono esercitate e si indeboliscono quando vengono trascurate. In altre parole, il principio dell'uso e del disuso continua a vivere nelle reti neurali che modellano la nostra identità cognitiva.
Ma Lamarck da solo non basta. Darwin aggiunse una seconda lezione fondamentale: non sopravvive necessariamente il più forte, ma chi sa adattarsi meglio a un ambiente che cambia. L'Intelligenza Artificiale rappresenta oggi una nuova pressione selettiva. Sta modificando il nostro ambiente cognitivo con una velocità che nessuna generazione precedente ha mai sperimentato. Per milioni di anni l'evoluzione ha selezionato cervelli capaci di ricordare, immaginare, apprendere e risolvere problemi. Oggi stiamo delegando memoria, ricerca di informazioni, scrittura, pianificazione e persino alcune forme di ragionamento alle macchine. Il rischio non è che le macchine diventino intelligenti. Il rischio è che l'uomo smetta di allenare alcune delle proprie capacità cognitive. La storia della conoscenza è una lunga storia di copie e trasformazioni. Gli amanuensi medievali copiarono manoscritti salvando la cultura classica. Newton costruì le sue teorie sulle spalle di Galileo e Keplero. Einstein ridefinì la fisica partendo dai limiti della meccanica classica. Nessuna innovazione nasce dal nulla. Ogni scoperta è una trasformazione creativa di idee precedenti. Anche la natura pratica una forma di Cut & Paste. I geni si duplicano, si ricombinano, si modificano. L'evoluzione biologica riutilizza moduli esistenti per creare nuove funzioni. Le ali degli uccelli, le pinne dei cetacei e la mano dell'uomo condividono una stessa architettura ancestrale. La natura non inventa continuamente da zero: adatta, migliora e ricombina. L'Intelligenza artificiale è oggi il più grande acceleratore di conoscenza mai costruito. Può aiutare ricercatori, medici, studenti e professionisti. Ma può anche favorire l'omologazione del pensiero se utilizzata senza spirito critico. Qui ritorna il principio di Lamarck. Se il cervello si sviluppa attraverso l'uso, cosa stiamo mettendo in disuso? Stiamo mettendo in disuso la memoria profonda, la lettura lenta, la concentrazione prolungata, la scrittura riflessiva e la capacità di costruire un ragionamento senza assistenza digitale. Sempre più spesso preferiamo la velocità alla comprensione, la sintesi alla complessità, la risposta immediata alla ricerca personale. Ma quali capacità dovremmo invece allenare? Dovremmo rafforzare il pensiero critico, la curiosità scientifica, la capacità di porre domande, l'intelligenza emotiva, l'etica, la creatività e la collaborazione interdisciplinare. Sono queste le reti neurali che definiranno il valore umano nel XXI secolo. Osservando Napoli e il Sud Italia emerge una riflessione particolare. Per decenni il Mezzogiorno ha dovuto sviluppare capacità di adattamento straordinarie: resilienza, creatività, flessibilità e capacità di risolvere problemi con risorse limitate. In un mondo dominato dall'automazione queste qualità potrebbero diventare un vantaggio competitivo. La macchina eccelle nell'esecuzione. L'essere umano eccelle nell'improvvisazione. La macchina ottimizza. L'uomo immagina. La macchina calcola. L'uomo attribuisce significato. Napoli, città che ha imparato per secoli a convivere con la complessità, può insegnare molto al mondo digitale. L'intelligenza collettiva che nasce dalle relazioni umane rimane una risorsa che nessun algoritmo è ancora in grado di replicare. Il tema riguarda anche gli anziani. L'Ia può diventare una straordinaria protesi cognitiva. Può aiutare nella gestione delle terapie, supportare la memoria, monitorare parametri clinici e contrastare la solitudine. Non sostituirà mai una persona cara, ma può contribuire a mantenere attive reti neurali e relazioni sociali. La longevità del futuro non dipenderà soltanto dai farmaci. Dipenderà dalla capacità di mantenere attivi il cervello, le relazioni e il desiderio di apprendere. Anche qui ritroviamo Lamarck: attività contro disuso, stimolazione contro atrofia. Da genetista osservo ogni giorno come la vita abbia costruito la propria complessità attraverso miliardi di anni di adattamenti, errori, tentativi e innovazioni. Da napoletano osservo una città che ha fatto dell'adattamento una forma di intelligenza collettiva. Da docente vedo giovani straordinariamente preparati nell'utilizzo delle tecnologie e talvolta meno allenati alla profondità del pensiero. Per questo non temo l'Intelligenza artificiale. Temo piuttosto la rinuncia all'intelligenza umana. Darwin ci ha insegnato che sopravvive chi sa adattarsi. Lamarck ci ha ricordato che ciò che non viene utilizzato si indebolisce. La sfida del nostro tempo consiste nel tenere insieme entrambe le lezioni. Adattarci senza smettere di esercitare ciò che ci rende umani. Perché la vera evoluzione non sarà quella delle macchine. Sarà quella della nostra coscienza. La vera sfida del nostro tempo non è costruire macchine sempre più intelligenti. È continuare a meritare l'intelligenza che milioni di anni di evoluzione ci hanno consegnato. * Professore ordinario di Genetica Dipartimento di Medicina molecolare e Biotecnologie mediche Università Federico II










