Ricercatrice e bioinformatica, appassionata di scienza e di tutto ciò che accende curiosità. Mi piace scoprire le connessioni tra ricerca e vita quotidiana, e …

«P rima o poi l’IA sostituirà gli esseri umani in questo lavoro». È una frase che ricorre come se fosse un destino già scritto, non solo per noi GenZ ma per chiunque si trovi nel mercato lavorativo, o chi ci si sta per affacciare. Basta aprire LinkedIn o leggere i titoli sull’intelligenza artificiale per imbattersi in questa previsione. Ma quanto è fondata? E se, invece di immaginare una sostituzione, iniziassimo a ragionare in termini di sinergia? Persino definire cosa sia davvero «intelligenza» non è così semplice: c’è chi la vede come una capacità generale e chi come un insieme di competenze diverse. Due studi - pubblicati nel 2010 su «Science» e nel 2023 su «Nature human behaviour» - spostano però la questione su un terreno diverso: non chiedono quanto sia intelligente un individuo o un algoritmo, ma come l’intelligenza emerga nei sistemi collettivi.

(Foto @Yarrrrrbright Shutterstock.com)

Nel lavoro guidato da Anita Woolley, piccoli gruppi sono stati sottoposti a compiti logici, creativi e decisionali. Dall’analisi emerge un fattore generale, chiamato «intelligenza collettiva», che spiega oltre il 40% della variabilità tra gruppi. In altre parole, un gruppo non funziona meglio solo perché contiene «il più bravo della stanza». Conta di più come le persone si ascoltano, si distribuiscono la parola e collaborano: né la media né il punteggio massimo dei membri predicono in modo significativo la performance quando si considera l’intelligenza collettiva. A risultare associate a questo fattore sono invece la sensibilità sociale dei membri, una distribuzione equilibrata dei turni di parola e, nel campione osservato, una maggiore presenza femminile. L’interpretazione è prudente ma netta: la qualità dell’interazione conta quanto, se non più, del talento individuale. Non è quanto sono intelligenti, ma quanto funzionano bene insieme. Dal 2010 in poi non sono mancati segnali che rendono questo tema cruciale. Soprattutto negli ultimi anni ce ne siamo accorti tutti: durante la pandemia, prendere decisioni affidabili era difficile perfino per Governi e gruppi di esperti. Allo stesso tempo, la vita online e l’esposizione continua ai social hanno cambiato il modo in cui elaboriamo informazioni, attenzione e confronto. Quali sono gli effetti cognitivi di un’esposizione continua e frammentata a notizie da ogni possibile fonte? Il tema, però, non è rimasto nei laboratori. In un mondo di professionisti iperspecializzati, nessuno possiede tutte le competenze necessarie: l’efficacia dipende dalla capacità di integrarle trasversalmente. Soprattutto in questi ultimi anni, l’integrazione sta anche nel come ci rapportiamo con i sistemi di intelligenza artificiale, che si stanno diffondendo in tanti ambiti, lavorativi e non. La meta-analisi pubblicata nel 2023 si concentra proprio su questo: esamina sistematicamente le prestazioni di sistemi ibridi, cioè composti da esseri umani e intelligenza artificiale. I risultati sono stati sorprendenti. In media, i team composti da esseri umani e IA non funzionano automaticamente meglio dei soli umani o delle sole macchine. La vera sinergia emerge solo quando le persone riescono a usare l’IA come supporto, e non come sostituto o autorità assoluta. Inoltre, quando si tratta di prendere decisioni, le performance peggiorano, al contrario dei compiti più creativi in cui i risultati sono migliori.