Il dibattito sull'intelligenza artificiale è stato ormai consegnato, anche in maniera sterile e in parte fuorviante, alla discussione sulle regole, le soglie di rischio, i modelli di governance. C'è però una domanda che è oggi la più urgente: in quale mondo l'Ia si sta dispiegando? E cosa sta facendo alla nostra capacità di capire, di tenere insieme i pezzi di un reale che si fa ogni giorno più indecifrabile?Il mondo in cui l'intelligenza artificiale si dispiega non è un mondo ordinato. Lo storico Adam Tooze lo ha chiamato policrisi: non una somma di crisi simultanee, ma la loro interazione sistemica, per cui ognuna amplifica le altre in modi che nessuna analisi parziale riesce ad anticipare. Shock climatico, instabilità finanziaria, crisi delle catene di approvvigionamento energetico, frammentazione delle democrazie e polarizzazione dell'informazione. Non sono fenomeni paralleli, sono nodi di una rete in cui ogni perturbazione si propaga attraverso gli altri, producendo effetti che i modelli disponibili non riescono a prevedere. E la cosa più importante, la policrisi non è una fase eccezionale destinata a risolversi. È la condizione stabile del sistema.Dal mondo della pratica organizzativa arrivano segnali che la teoria fatica ancora ad assorbire. Il framework Bani – Brittle, anxious, non-linear, incomprehensible – descrive ambienti in cui l'incomprensibilità non è un ostacolo contingente ma il terreno permanente dell'azione. Ma nel giro di pochi anni persino Bani è apparso insufficiente. Lo psicologo Mark Rosin ha elaborato Shiva – Shattered, horror, inconceivable, virulent, annihilating – radicalizzando ogni dimensione: non più fragilità ma frantumazione, non più ansia ma orrore, non più imprevedibilità ma inconcepibilità assoluta. Sergej Derjabin ha aggiunto Taci – Turbulence, arbitrary, chaos, inimical – per descrivere un presente in cui i nessi logici che strutturavano i comportamenti attesi stanno cadendo uno alla volta. Questi framework vengono dalla pratica, non dall'accademia. E questa provenienza è essa stessa un dato da considerare con la massima attenzione.In questo contesto entra l'intelligenza artificiale. La narrativa dominante è quella della semplificazione e dell'efficienza: sistemi che elaborano quantità di dati inaccessibili alla mente umana, producono risposte che la deliberazione umana non potrebbe eguagliare. È una narrativa parzialmente vera, e proprio per questo è insidiosa. Occorre distinguere infatti tra elaborazione dell'informazione e produzione di significato. Un sistema algoritmico è straordinariamente efficiente nel primo compito. Ma il significato, quello che richiede memoria vissuta, sensibilità al contesto, capacità di riconoscere il valore del dato prodotto e la sua pertinenza, non è un output computazionale. Bernard Stiegler lo aveva detto con precisione: la tecnica è un farmaco, nell'accezione greca, rimedio e veleno insieme. I sistemi di Ia da rimedio diventano veleno quando costruiscono una memoria esterna che progressivamente sostituisce la memoria vissuta senza produrre l'integrazione tra esperienza e sapere che solo quella memoria rende possibile.C'è una categoria che mi sembra necessaria per nominare ciò che sta accadendo silenziosamente sotto i nostri occhi impreparati: esproprio del capitale cognitivo e semantico. Sempre Stiegler aveva anticipato questo fenomeno con il concetto di miseria simbolica, riconducibile anche all'adozione massiva e non governata dell'Ia: la condizione in cui i sistemi tecnici sottraggono progressivamente agli individui la capacità di produrre simboli propri, riducendoli a consumatori passivi di significati già confezionati. Là dove Marx descrive la separazione del lavoratore dai mezzi di produzione materiale, Stiegler descrive la separazione del soggetto dai mezzi di produzione del significato e l'erosione della capacità di interpretare autonomamente i segnali del mondo, di resistere alla versione del reale che il sistema impone.C'è poi un paradosso finale che merita di essere riconosciuto senza attenuanti. Il paradigma Stem puro – su cui il paradigma educativo istituzionale si fonda – tende a produrre professionisti che sono il bersaglio ideale dell'esproprio semantico: altamente competenti nel loro dominio tecnico, sistematicamente privi di strumenti per leggere i contesti in cui quel dominio si inscrive. Privare la formazione delle discipline che coltivano il pensiero critico e sistemico non impoverisce soltanto i singoli percorsi intellettuali ma impoverisce con loro le condizioni strutturali della democrazia perché abilita individui forti nel padroneggiare il “come” ma deboli nella comprensione del “perché”.Le domande che contano, insomma, non riguardano la regolamentazione dei modelli linguistici o la calibrazione dei livelli di rischio. Dovremmo piuttosto chiederci: in un'epoca in cui le macchine producono testi plausibili su qualunque tema, cosa significa ancora capire e pensare con propria autonomia di giudizio? Cosa rimane al soggetto, individuale e collettivo, che un sistema algoritmico non può fare al suo posto? E come si costruiscono le condizioni, nella formazione, nelle organizzazioni, nelle istituzioni, perché quel qualcosa non vada perduto? Sono domande senza risposta definitiva. Ma le domande senza risposta definitiva sono, in genere, quelle che vale la pena non smettere di affrontare. E invece non ce le stiamo nemmeno iniziando a porre con la giusta convinzione.