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Una delle paure più ataviche e proverbiali è la paura del buio, che accompagna molte persone ben oltre l’infanzia, facendole sentire più sicure a dormire con una lucina accesa, o con la luce che filtra dalle tapparelle. Nella cultura pop, solo per fare i primi due esempi che mi vengono in mente, abbiamo quella che probabilmente è la più famosa canzone heavy metal, «Fear of the dark» degli Iron Maiden, o un recente film di animazione di Sean Charmatz, «Orion e il Buio», in cui Orion, un bambino molto ansioso e spaventato, si trova di fronte alla personificazione della sua paura più grande, il Buio appunto. Un meme che mi è capitato sott’occhio in rete recita più o meno così: «Non hai paura di esser solo nel buio, in realtà hai paura di non esser solo nel buio». Non mostrare ciò che dovrebbe far paura è anche un espediente talvolta usato nel cinema horror, ed è molto efficace, probabilmente a un livello più profondo rispetto alle pellicole in cui ciò che spaventa viene mostrato esplicitamente. Credo che ciò che più spaventa del buio sia proprio questa sua intrinseca proprietà di non farci vedere, di nascondere qualcosa che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere una minaccia. Spesso, nel linguaggio simbolico della psiche, c’è una corrispondenza fra buio, invisibile e inconscio. Probabilmente la paura, che è una delle emozioni fondamentali ed è evolutivamente legata alla sopravvivenza e all’evitare pericoli mortali, nasce dall’attribuzione di una valenza negativa e minacciosa a ciò che non possiamo o non riusciamo a percepire, come se ci sentissimo sempre in pericolo.








