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Laura Ogna

Un'indagine su 330 persone, tra bambini, preadolescenti, insegnanti e genitori ha fotografato la mappa emotiva delle nuove fragilità e come i giovani le esprimono

È il giudizio degli altri la paura che oggi pesa di più sui ragazzi. Più del buio, più dell’ignoto, più dei mostri immaginari che per generazioni hanno abitato l’infanzia. Una paura silenziosa, spesso invisibile agli adulti, ma capace di condizionare relazioni, autostima e modo di stare nel mondo.È da qui che prende forma il Rapporto sulla paura dei ragazzi 2026 realizzato da Pelledoca Editore, e presentato in occasione del Salone del Libro di Torino, un’indagine che ha raccolto 330 voci tra bambini e preadolescenti, insegnanti e genitori. Più che una semplice fotografia, emerge una mappa emotiva delle nuove fragilità: non solo di cosa hanno paura i ragazzi, ma soprattutto quanto quella paura cambi a seconda dello sguardo di chi la osserva.

Le parole per dirlo Per i più giovani, la paura è concreta, immediata, spesso fisica. È il buio, un animale, una situazione che sfugge al controllo. Si manifesta nel corpo: agitazione, blocco, fuga, pianto. E si affronta nello stesso modo: cercando qualcuno, distraendosi, evitando ciò che spaventa. Gli adulti, invece, leggono quelle stesse paure in modo diverso. Le interpretano. Gli insegnanti parlano di ansia da prestazione, difficoltà relazionali, paura del giudizio. I genitori riconoscono timori legati alla scuola, al futuro, all’autostima. È un altro livello: più astratto, più strutturato. Il risultato è uno scarto. Non una contraddizione, ma un disallineamento. I ragazzi parlano attraverso immagini ed esperienze; gli adulti rispondono con categorie e concetti. Due linguaggi diversi che spesso non si incontrano. «I ragazzi non reprimono le loro paure, ma spesso non hanno le parole per nominarle» osserva Filippo Mittino, psicologo e autore dell’analisi del Rapporto. «E quando un’emozione non trova un nome, diventa più difficile da condividere, e quindi da affrontare». È qui che emerge uno dei nodi più interessanti della ricerca: i ragazzi sentono molto, ma faticano a dirlo. Vivono emozioni intense, ma non dispongono sempre di un vocabolario emotivo adeguato per raccontarle. Le parole degli adulti — ansia, autonomia, empatia — esistono, circolano, vengono ripetute. Ma spesso restano “vuote”: non riescono a diventare strumenti reali per chi le prova.