Milano, ore 18:30. Di ritorno dallo studio in metropolitana, tra i chilometri che mi separano da casa e il desiderio di archiviare la giornata lavorativa, mi capita spesso di osservare il "dietro le quinte" della vita urbana. Lo smartphone si solleva, il braccio trova l’angolazione perfetta e il viso, quasi per riflesso condizionato, muta. Le labbra si protendono, le guance si scavano, lo sguardo si fa vacuo: la duck face è servita.
Guardando queste immagini scorrere veloci sui social, mi sono spesso chiesta che fine faccia la verità: dove si nasconde la vera emozione dietro quelle maschere? E perché non le vediamo mai scomposte, autentiche? Se, come diceva qualcuno, nessuno sa rendere giustizia al tuo sorriso meglio di chi ti guarda dal vivo, ci chiediamo perché sentiamo il bisogno di deformare il nostro volto per "esserci". L'essere visti significa davvero rinnegare la nostra espressione a favore di qualcosa che dice poco di noi e molto di icone scadute, lontane da quel fascino retrò che le vere dive masticavano con eleganza?
Bisognerebbe interrogarsi sull'origine di questo codice. Permettetemi un anglismo, visto che la traduzione letterale risulta poco poetica. Sebbene la duck face sia esplosa con l'avvento dei social e del selfie digitale, le radici di questa "smorfia codificata" affondano più lontano. Già dagli anni '90, la cultura pop aveva iniziato a imporre il broncio languido come canone di seduzione, eredità distorta di icone come Bardot o Monroe.








