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Ultimo aggiornamento: 8:00

C’era una volta, in un regno non troppo lontano, una giovane principessa — chiamiamola Bella. Viveva serena, finché la solita strega invidiosa, quella degli specchi magici e delle stories filtrate, non le sussurrò: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. Da quel momento cominciò la trasformazione. Prima un filler innocente, poi un botox “preventivo”, poi un ritocchino per “armonizzare” il profilo, uno per “illuminare” lo sguardo, uno per “bilanciare” il terzo medio. E a forza di perfezionare, aggiustare, lisciare, gonfiare e ritoccare, Bella iniziò a perdere ciò che aveva sin dall’inizio: la sua unicità.

Il risultato? Non più principessa, ma una versione sempre più simile alla strega stessa — non per cattiveria, ma per abuso di incantesimi estetici. Finché lo specchio — quello vero, non quello dei filtri — non riuscì più a capire chi avesse davanti.

La realtà, negli ultimi mesi, ha offerto esempi fin troppo calzanti. Il caso più clamoroso è stato quello di Meg Ryan, attrice amatissima, icona romantica degli anni ’90, che ai CFDA Awards è apparsa con un volto così trasformato da generare un vero terremoto mediatico. Non uno di quei “ritocchini” di cui si mormora sottovoce, ma un cambiamento così radicale da far domandare al pubblico se la persona sul palco fosse davvero lei. I social sono esplosi: “non la riconosco”, “cosa le è successo?”, “perché rovinare un volto così bello?”. Lungi dall’essere semplice gossip, la reazione globale ha mostrato un fatto evidente: persino le donne abituate a vivere sotto i riflettori, circondate dai migliori consulenti e professionisti, possono cadere nel sortilegio della giovinezza a tutti i costi. Meg Ryan non è una colpevole: è un simbolo involontario di una cultura che non perdona il tempo e non tollera un volto che mostri esperienza.