La fine di una relazione e il malessere che ne consegue. L’incontro con un chirurgo estetico che oppone un rifiuto salvifico. E la risoluzione di una complessa patologia. La psicologa : “C’è un legame profondo tra rifiuto, inadeguatezza e dismorfofobia”
di Veronica Mazza
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“Per mesi ho vissuto intrappolata in una guerra senza tregua contro il mio volto. Tutto è cominciato quando il mio compagno mi ha lasciata per una ragazza più giovane. Da quel momento, guardarmi allo specchio è diventato un tormento: non vedevo più me stessa, ma un insieme di difetti e imperfezioni, che mi davano disagio. Ho scoperto più tardi che quello che stavo vivendo ha un nome preciso: dismorfofobia, un disturbo che ti fa credere di essere brutta o sbagliata anche quando gli altri non vedono nulla di ciò che tu vedi. È come avere un nemico invisibile attaccato alla pelle, sempre pronto a sussurrarti che non sei abbastanza, che tutto ciò che fai per migliorarti non basterà mai”. A raccontarci la sua storia di rinascita, questa volta è Giada G., una grafica di 39 anni che vive a Milano. “Per mesi ho cercato soluzioni ovunque, facendo filler e Botox. Ma alla fine ho capito che il problema non era il mio volto e le rughe. Il problema ero io, e il modo in cui la dismorfofobia mi aveva convinta che il mio valore dipendesse dall’apparenza. Oggi, dopo aver affrontato la paura e imparato a guardarmi davvero, posso dire che sto tornando a vivere. Mi ritrovo a piacermi, lentamente, senza più farmi guidare dalla paura o dal giudizio degli altri”.






