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Ultimo aggiornamento: 7:50
Una storia vera: una ragazza giovane, bella e dai lineamenti regolari accompagna la nonna benestante che si è fatta un lifting dal chirurgo estetico: lei è una psicologa. Alla fine dell’incontro chiede al chirurgo che cosa vedrebbe utile per migliorare il suo aspetto. Costui, invece di farsi una risata, cade nella trappola e propone: un rifacimento del naso (normalissimo), le labbra (che non sono sottili) e certamente il seno, che è piccolo (la ragazza è magra): ma tu quanti anni hai?, chiede. Venticinque. Forse aveva il dubbio che fosse minorenne. Sembra ancora più giovane.
Dopo due giorni la ragazza riceve anche una foto del naso che le vuole rifare. Speriamo che sia una eccezione questo chirurgo, ma comunque la diffusione esponenziale della chirurgia estetica, con effetti spesso tristi – vedi Nicole Kidman – è indicativa di una patologia sociale: l’obbligo di non invecchiare, addirittura – come ha detto Ornella Vanoni al chirurgo che si rifiutava di farle l’ennesimo intervento: “Voglio morire bella”. Sì, non vogliamo invecchiare, non vogliamo morire: due battaglie perse in partenza, su cui vive un’industria della debolezza. Affrontare la solitudine esistenziale con un intervento sul collo, un’illusione da ventimila euro, mi dicono.







