Tre sono le patologie della psiche che l’internet ci mostra ogni giorno, nell’universo creato a misura d’immagine e che tuttavia ci si ostina a fingere non sia tale: l’epoca in cui abbiamo davanti agli occhi ogni minuto più immagini di sconosciuti e sconosciute di quante vent’anni fa ne vedessimo in una vita intera dei nostri cari, quest’epoca qui è anche l’epoca in cui riusciamo a non imparare niente di come convivere con l’overdose di immagini.
Tre sono le tipologie di ciò che si muove attorno a quella che è – arrubbo la definizione a Michele Serra, che non passando le giornate in mezzo alle puttanate a scopo di like le descrive col giusto distacco – «l’antica ciancia sull’aspetto fisico degli altri, malignità o battutine bisbigliate per secoli alle spalle e oggi, grazie ai social, promosse a problema sociale con il nome di body shaming».
Ci sono quelli che commentano: essenzialmente perché sono disperati e inattrezzati, il tempo che la lavasciuga ha liberato loro non sanno come impiegarlo, persino guardare un film e leggere un romanzo, i passatempi con cui s’intrattenevano i loro nonni senz’obbligo scolastico, al dottorando con uso di wifi di questo secolo sembrano montagne intellettualmente impegnative da scalare. Se commentano sui social gli passa il tempo, se commentano sui social s’illudono di esistere.









