La strage di braccianti ad Amendolara, in Calabria, ha riacceso i fari nazionali sulle piaghe, purulente e mai risolte, del lavoro nero e del caporalato. Un capitolo oscuro, sommerso che pesa per 77 miliardi di euro l’anno e vede oltre un terzo (37,5%) di questa ricchezza prodotta irregolarmente concentrarsi nelle regioni del Mezzogiorno dove si registra la quota più alta di lavoratori coinvolti.
Sono i numeri drammatici elaborati dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre su dati dell’Istat (gli ultimi disponibili sono del 2023) e dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Nella geografia nazionale della propensione al «nero» la Puglia è appena fuori dal podio, quarta, con un tasso di irregolarità del 13,1% e un valore aggiunto del lavoro irregolare del 6,4%. La Basilicata segue poco dopo, sesta, con numeri comunque alti - 12,3% e 5,5% - se consideriamo che la media nazionale si attesta su 10% e 4,0%. I primi tre posti sono occupati da Calabria, Campania e Sicilia evidenziando ulteriormente la natura innanzitutto meridionale del fenomeno. Ma anche il Nord-Ovest e il Centro sono in risalita nonostante gli ultimi posti della graduatoria certifichino come Friuli Venezia Giulia, Veneto, Provincia autonoma di Bolzano e Lombardia siano molto lontane dai numeri della vetta.











