I poeti naturalisti anglofoni del Novecento si sono dovuti misurare con la grande poesia del primo romanticismo; da una parte c’era Wordsworth, che soprattutto nel Preludio aveva trasfigurato lune e paesaggi in maestosi simboli dell’esistenza umana; dall’altra Blake, i cui agnelli e le cui tigri erano a un tempo allegorie e bizzarre creature mitologiche. Fra i seguaci del primo, Charles Tomlinson ha cercato di liberare il mondo visibile dalla tirannia dell’interpretazione, restituendo ecceità a ogni pianta e astro.
Mentre sulla linea di Blake, Ted Hughes è riuscito a imporsi sia come creatore di nuove immaginifiche creature (Corvo) sia come cantore di falchi, lucci e giaguari irriducibilmente alieni rispetto ai loro osservatori umani. Per parte sua, il poeta scozzese in lingua inglese Norman MacCaig, del quale Bompiani propone oggi un’antologia titolata Uno dei tanti giorni (a cura di Marco Fazzini e con un’introduzione di Seamus Heaney, pp. 364, € 25,00), ha saputo dare forma a una sintesi tutta sua del naturalismo postromantico. Le sue liriche brevi hanno la concisione di Blake e l’intellettualismo di Wordsworth, ma anche un’arguzia contrappuntistica e ossimorica che rimanda alla poesia metafisica di John Donne.









