Scoprire Norman MacCaig. Poeta scozzese amatissimo in patria ma per lo più ignorato alle nostre latitudini. Almeno finora. Perché l’importante raccolta dai suoi versi «Uno dei tanti giorni» appena pubblicata da Bompiani offre al lettore italiano l’immersione sorprendente e rinfrancante nel mondo di questo autore favoloso, legatissimo alla propria terra, inventivo, grande giocatore del linguaggio. Annota Seamus Heaney nello scritto posto a introduzione: «il minimale e l’eccentrico trasposti in chiave metafisica», opera di un’intelligenza a un tempo «severa» e «giocosa». Sintesi interessante ma non sufficiente. Perché il verso di MacCaig conosce l’arte della pazienza. Del graduale avvicinarsi. Del farsi da presso a un piccolo momento di verità. L’istante in cui la porta si schiude appena lo stretto indispensabile per lasciar filtrare la luce. Un chiarore misterioso mai visto prima. Mai neanche sospettato.

MacCaig nacque a Edimburgo nel 1910. Scrisse sempre e solo poesia. Fu insegnante, preside, docente universitario, talento riconosciuto e celebrato tra l’altro con la «Queen’s Medal for Poetry». La raccolta pubblicata da Bompiani si deve allo strepitoso impegno del traduttore e curatore Marco Fazzini. Il libro presenta le poesie tradotte con testo inglese a fronte, permette di notare mille cose e di vagare di dettaglio in dettaglio, tentando di ripercorrere i meccanismi versori impiegati da Fazzini. È immediato rendersi conto di essere al cospetto di un lavoro non comune. Una traduzione che è operazione ermeneutica vera e propria. Ricostruzione di pesi specifici, di bilanciamenti, di raccordi. Viaggio linguistico, musicale, simbolico. Leggendo si plana con agio tra i panorami di MacCaig. Tra i suoi campi, le sue torbiere. Tra le dilette rane «che muoiono come tenori italiani» e i solidi rospi, qualcuno dei quali viene aspramente rimbrottato: «smettila di somigliare a un borsellino». Tutto sembra consumarsi e risolversi in una lunga sera d’estate, la serata «piena di altre serate». Sospensioni del tempo in cui una «sedia rotta contro il muro è tutt’uno coi paesaggi immortali». Snodi di consapevolezza vertiginosa: «qualcosa è stato ultimato di cui il tutto fa parte, qualcosa che continuerà a essere ultimato in eterno». Il filo della Storia diventa nastro di Moebius. Così «i morti riposano dopo il viaggio da un deserto all’altro» e può succedere di ritrovarsi abbandonati «accanto al fuoco più tranquillo del mondo». Amare MacCaig è moto istintivo, comunanza di umanità. Un ritrovarsi nel suo spontaneo gesto di difesa dal dolore: «Non voglio sentire, non voglio sentire, finché non ne sarò costretto». Evitare l’annuncio della catastrofe per schivare la catastrofe in sé. Perché è la parola che fa l’accadimento. Che lo rende reale, immedicabile. MacCaig soppesa le misure dei silenzi e delle folle di parole: «concentrato di tutti gli opposti della reticenza», stretto sentiero che si snoda in suono, in segno e in codice «attraverso tutti i lessici e i linguaggi dell’imprecisione». Lungo questa strada popolata di memorie affettuose, di cani collie, di gatte nere, capitano strani eventi e sbocciano paradossi di trasparenza: «l’acqua fredda della polla era così chiara che non c’era». Si aprono contemplazioni bizzarre, rarefatte: «il tempo se ne stava immobile fissando il suo stesso volto». Si instaurano paralleli e divergenze: «perché dovrei io attraversare la stanza, non potrebbe la stanza attraversare me?». Si resta in ascolto di un cavallo cieco che per tutta la notte azzarda passi incompiuti: «lo senti pestare il terreno per il campo oscuro, pestare forte il mondo, con impazienza in attesa che la luce si faccia strada». Se davvero «la vita è opulenta come un tuono», certi strappi restano confinati all’apparenza: «in quella notte tempestosa un ramo su in alto si spezzò dall’albero più grande del mio giardino. È ancora lassù. Sebbene le foglie si siano seccate, e siano nere tra il verde, i rami ancora vivi non lo lasciano cadere».