Poesia che squarcia le generazioni, la poesia di Dylan Thomas nasce dal fuoco dell’esperienza, dal contatto con una natura ribelle, selvaggia e coriacea. È da qui che si espande la sua «voce d’organo», come ha scritto Gabriele Frasca, una voce che ha «premura nei confronti delle parole».

«E tu, padre mio, là sulle tristi vette, maledici, / ti prego, benedicimi ora con lacrime feroci. / Non andartene mite in quella buona notte, / rabbia rabbia mentre la luce muore»: sono versi molto noti dedicati da Dylan Thomas al padre, il quale morì l’anno successivo, nel 1952, avendo insegnato inglese nella stessa grammar school in cui, ventisette anni prima, aveva studiato Dylan, allievo non eccelso, ma bravo atleta: un giovane uomo sempre in bilico tra entusiasmo e rovina.

Esce in questi giorni una sua nuova raccolta poetica, Così fragoroso a me stesso (a cura di Leonardo Guzzo, Biblion edizioni, pp. 132, euro 15,00), che sottolinea – in ogni poesia prescelta, dalle primissime dei 18 Poems a quelle di In Country Sleep, pubblicate due anni prima della scomparsa del poeta – il suo prezioso vitalismo, che sfida continuamente, e a viso aperto, la morte, dando forza a una tensione, che accompagnerà Dylan Thomas durante tutta la sua parabola, e il cui picco singolare è nella raccolta Death and Entrances: «Un cambio nell’occhio avverte / le ossa della cecità; e il grembo / insinua una morte mentre la vita si sversa».