Comandare stanca. Peggio, ammazza. Avanti 37’ su 40, a lungo con bell’agio, la Virtus sprofonda all’arrivo nel suo dannato triangolo delle Bermude. Deve pure regalarla lei alla Reyer, brava a crederci anche al buio, ma succede spesso. Stavolta, con dolore. È la partita che le leva lo scudetto. Meglio, la finale. Erano state 5 di fila, per il tricolore, ora non resta che guardare: da giovedì il titolo viaggerà fra Milano e Venezia. Un +12 a 10’ dal gong e altri buoni attivi dovevano bastare pure alla squadra che denunciava l’ammanco di tre pezzi come Pajola, Vildoza e Alston, riavuto invece dalla Corte d’appello un Hackett vanamente strenuo.

La lunga sbandata finale va nella lista delle colpe: di Edwards più di tutti. Date al Cesare tatuato i meriti delle altre gare, di questa restano monete false. Ne ha giocato un quarto, il primo, dopodichè sul tracollo gravano le sue scelte. Non sbagliate, scellerate. I numeri, per i patiti: 6/19, dentro le prime 3 triple, fuori le successive 9, 6 palle perse. Letali. Di Venezia l’hanno vinta in tre: Cole e Tessitori a lungo, evasi a chiunque, Parks nella sua letale volata: 10 punti nei 3’ finali, nati sul -7. La Vu aveva vissuto nel primo tempo di Boogie poi Morgan (5/10) e nel terzo quarto di un incredibile Niang (13 punti, del suo 8/14 e 9 rimbalzi, con la macchia decisiva dell’1/7 ai liberi). Nel quarto di Diouf (5/ 6) e Hackett (3/ 5, 6 rimbalzi, 6 assist), l’ultimo a mollare. Sfruttati i quintetti efficaci, Jakovljevic se li è visti spegnere poco a poco, soprattutto dietro. Non è passata per osmosi sufficiente sapienza dall’Obradovic che gli sedeva alle spalle, ospite al Taliercio, come Polonara. È crollata la difesa. I 33 presi nel quarto finale cantano. O stonano.