L’Italia che un tempo si divideva tra cucina povera e cucina ricca oggi si divide tra chi conta le proteine e chi guarda video di hamburger col formaggio colante alle due di notte. Se per gran parte della sua storia abbiamo mangiato per non morire, oggi lo facciamo per vivere più a lungo, per sentirci meglio e, soprattutto, per raccontare chi siamo. In mezzo c’è stato un secolo di rivoluzioni silenziose: il frigorifero, il supermercato, la televisione, il delivery, TikTok, l’ascesa arrembante dei foodie, l’etichetta high protein dappertutto e il recentissimo boom dei fermentati e del fibermaxxing (trend che consiste nel massimizzare l’assunzione di fibre per migliorare la salute intestinale e la sazietà). Ma, soprattutto, c’è stata una trasformazione profonda: il cibo ha smesso di essere soltanto nutrimento ed è diventato linguaggio morale, identitario, emotivo. “L’impressione, guardando un supermercato contemporaneo, è che ogni epoca dell’alimentazione italiana esista ancora contemporaneamente. Nello stesso carrello convivono il kefir e la mortadella, la pasta artigianale e i noodles istantanei, il biologico e le patatine al tartufo, il vino naturale e la Coca Zero”, spiega Marco Caldarelli, responsabile largo consumo della società di consulenza Bain & Company. “Come mostrano gli ultimi dati dell’Osservatorio Niq, l’italiano del 2026 è eclettico: può essere flexitariano il martedì, ordinare sushi il venerdì e fare l’aperitivo in salotto il sabato sera”. Un’evoluzione che parte da lontano: “Nel dopoguerra c’era un’Italia povera e perciò quasi solo vegetariana: cereali, legumi, verdure di stagione. La carne arrivava sulle tavole solo nelle festività, e i consumi alimentari reali delle famiglie crescevano di circa l’1% l’anno. Poi c’è stato il miracolo economico e tutto accelera: gli acquisti salgono dell’8% annuo. Nel 1957 a Milano Esselunga apre il primo supermercato del Paese, Barilla, Ferrero e Lavazza diventano marchi di massa per gli italiani che lasciano le campagne per addensarsi nelle città. Il cibo è sempre più confezionato e brandizzato”, nota Caldarelli. “Questo fino alla contraddizione del terzo millennio: dal 2000 in poi l’italiano vuole il km zero, ma compra al discount, riscopre la “tradizione”, ma scopre il sushi. Il biologico e gli ultra-processati crescono in parallelo, così come il premium e il low cost. Il cibo smette di essere nutrimento e diventa identità”.