Moda, cinema, arte, letteratura, musica... oggi il cibo è status symbol. Non di ricchezza, ma di gusto. Con un vantaggio: l’ironia

di Germano D’Acquisto

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C’è chi dice che oggi tutto ruoti intorno al cibo. Sbagliano perché oggi tutto è cibo. È nei musei, negli spot, nelle case di moda, nei romanzi e nelle playlist. Lo mastichiamo, lo contempliamo, lo postiamo. È la forma simbolica più onesta del nostro tempo, l’unica capace di parlare di piacere, identità e sopravvivenza senza bisogno di sottotitoli. Come dice Giuseppe Mazza, fondatore dell’agenzia pubblicitaria Tita, “Il food ha molti livelli narrativi, dalla memoria proustiana del sapore allo spettacolo visivo dei suoi colori, fino al mito dello chef e dei racconti da MasterChef a The Bear”. In fondo, aggiunge, “nelle pubblicità il cibo non sta mai fermo, è materia viva, è negazione della morte”. Ed è proprio questa vitalità a spiegare perché il design, l’arte, la moda e perfino la letteratura oggi parlino la stessa lingua: quella della fame. Il designer Boris Klimek, con la sua lampada Lollipop per Lasvit, ha capito che la luce è più interessante se sembra zucchero. Le lastre amorfe di vetro rosa e turchese, morbide come caramelle industriali, illuminano l’infanzia come un ricordo che si scioglie lentamente. Seletti va oltre, trasformando hamburger e hot dog in divani e lampade, mescolando ironia pop e critica al consumismo.