Chi ha il diritto di spegnere tutto? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo. La riflessione dell’avvocato Riccardo Piselli, professore di Proprietà Intellettuale alla Luiss Guido Carli
Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?
La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.
Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.















