di Franco Berrino
Tra i rischi legati a livelli troppo alti di proteina C reattiva (Pcr), ci sono malattie metaboliche e mortalità precoce. Anche ridurre lo stress è importante
L’infiammazione è un sistema di difesa potente che si è sviluppato nel corso dell’evoluzione per proteggerci dalle malattie infettive: quando ci feriamo, o ci infettiamo, subito accorrono le cellule dell’infiammazione, i globuli bianchi, che si mangiano i microbi e producono messaggi chimici, le citochine infiammatorie, per ordinare alle cellule sane vicine di moltiplicarsi e riparare il danno. Ma oggi questo apparato perfetto è un’arma a doppio taglio, perché il nostro modo di vivere, sedentario, stressato, e con cibo spazzatura induce uno stato infiammatorio cronico, asintomatico, ma subdolo e pericoloso perché favorisce la comparsa delle malattie croniche: il diabete, l’infarto, l’insufficienza renale, il cancro, le malattie neurodegenerative.
Lo stato infiammatorio si misura con un esame del sangue, la proteina C reattiva (PCR), che è considerata «normale» fra 0 e 5mg/litro, ma valori superiori a 1 già ci mettono a rischio di malattie metaboliche e di mortalità precoce. La scoperta del ruolo dell’infiammazione cronica nelle principali cause di morte di oggi è relativamente recente, risale ai primi anni Duemila ed è considerata una delle scoperte più importanti del secolo, altrettanto importante della scoperta dei microbi e degli antibiotici nel secolo scorso. Decine di studi hanno riscontrato, ad esempio, che alti livelli di PCR sono associati a un maggior rischio di cancro (seno, endometrio, ovaie, fegato, intestino, prostata). Per tutti i tumori, inoltre, la PCR alta è un segno di cattiva prognosi.







