OGGETTI DI SCHERMO di

Adriano De Grandis

sabato 6 giugno 2026

Ricostruire. Tutto. Una casa, una famiglia, una vita. Ci sono momenti in cui si pensa di aver perso tutto. E infatti è così. Basterebbe la prima sequenza a dimostrarlo, così inevitabilmente simbolica: una foresta di alberi inceneriti, scheletri verso il cielo, un panorama desolante, distrutto, senza futuro. Non fosse sufficiente, anche la forza che tiene insieme un rapporto è crollato da tempo, nemmeno qui ci sono pareti a proteggerlo, come per le case restano pochi mattoni, bruciati, pietre che al massimo esprimono un recinto che protegge ormai il nulla. “Rebuilding” comincia così, in quel desiderio di sopravvivenza che colma quell’improvviso deserto, che l’ondata di fuoco ha creato, spazzando via tutto, sentimenti compresi. Siamo in Colorado, terra natia anche del regista indipendente Max Walker-Silverman, qui alla sua seconda fatica e Dusty è un cowboy, da tempo single, che deve affrontare un presente devastante: l’incendio gli ha divorato la casa. A questo si assomma anche un divorzio con l’ex moglie Ruby, che vive con la piccola figlia Callie-Rose. Nella sua forma di ballad consapevolmente triste, nello sconfinato paesaggio che si apre all’orizzonte, così ferito e ora così ostile, “Rebuilding” mostra come a Dusty non resti che cercare di risorgere: avrebbe bisogno di soldi, ma nessuno li ha e chi li ha, come le banche e le assicurazioni, non si sente di investire su chi al massimo potrà tornare a produrre fatturato non prima d’una decina d’anni; avrebbe bisogno di affetto ed è per questo che si ripresenta da Ruby e soprattutto da Callie-Rose, per ritrovare almeno comprensione e conforto. Le speranze, insomma, sono carbonizzate, al pari della natura. Parlando di un problema che ha visto l’America sotto scacco negli ultimi tempi, non risparmiando nemmeno la stessa terra del cinema, Max Walker-Silverman mostra una sensibilità un po’ lacrimevole, un accontentarsi di uno scandaglio emotivo e pratico piuttosto convenzionale, dai ritmi lenti, che si ravviva soltanto in quella comunità obbligatoria di gente che ha perso tutto e che si raduna compatta attorno alle loro roulotte di emergenza, la cui solidarietà generale fa sì che il futuro possa apparire meno buio. E se sarà proprio dallo slancio di Dusty che tutto sembra poter resuscitare, il film vive anche di momenti intensi, come quando il cowboy porta la figlia a vedere quel che resta della casa, spiegando dove erano le stanze; ma se la storia regge la sua pur breve durata (appena un’ora e mezza e di questi tempi è un lusso) è grazie all’onnipresenza di John O’Connor, a quella sua espressione malinconica di uomo alla deriva, ruvido, rurale e al tempo stesso tenero e dolente, con la quale si ha ragione di credere che tutto possa ricominciare. Voto: 6.