(Perugia)"Sono tornata indietro di ventitré anni: è un fatto inquietante, come se il tempo non fosse mai passato, che rende ancor più forte il dolore mai sopito". C’è tutta la composta e devastante amarezza di Alma Petri, vedova del sovrintendente della polizia di Stato Emanuele Petri, nelle parole che descrivono l’ultimo, vile oltraggio alla memoria del marito. A distanza di oltre due decenni dal tragico conflitto a fuoco che costò la vita al poliziotto e portò alla disarticolazione delle Nuove Brigate Rosse, lo spettro degli anni di piombo ha rifatto la sua comparsa sulle mura del cimitero di Tuoro sul Trasimeno, piccolo borgo umbro in cui Petri viveva con la famiglia. Una scritta in vernice nera, tracciata nei giorni scorsi sulla parete di una cappella con pennarello nero, recitava un messaggio inequivocabile: "Grazie Mario e Desdemona compagni, sbirri infami". Un elogio esplicito a Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, i terroristi che il 2 marzo 2003, sul treno interregionale Roma-Firenze, spararono contro la pattuglia della polfer impegnata in un controllo di routine. Quando un cittadino ha notato lo scempio ha allertato i carabinieri. Sebbene il corpo di Petri riposi nella piccola frazione di Vernazzano, dello stesso comune umbro, la scelta del luogo per questo raid anonimo non è casuale ed è stata letta come una provocazione mirata contro la memoria del poliziotto.