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Riccardo Bruno, inviato ad Amendolara (Cosenza)
Oltre alle telecamere la testimonianza di un pachistano che si è presentato dai carabinieri. L'unico sopravvissuto soccorso subito da un albanese e da un arabo
Amendolara (Cosenza) — Sono entrambi pachistani, si chiamano quasi allo stesso modo, hanno trovato lavoro tutti e due nei campi che dal Cosentino sconfinano nel Materano. Ed erano amici. Sono i due volti della tragedia di Amendolara: l’assassino e l’uomo che va a denunciarlo, l’efferato criminale e lo straniero dal senso civico, la crudeltà e l’umanità. Se Ali Raza e il suo complice Safeer Ahmed sono in carcere, accusati della morte di quattro compagni bruciati vivi senza pietà, lo si deve anche a un altro extracomunitario (di cui non facciamo il nome) che quel pomeriggio del Primo giugno ha scoperto cosa era successo ed è andato in una stazione dei carabinieri a segnalarlo.
Tornava anche lui dalla raccolta, due ore dopo il rogo infernale che ha ucciso Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ullah Ismat Qiemi e Amjad Safi. Viene a sapere «che sono morti quattro pachistani» (poi si scoprirà che tre erano afghani), e chiama subito l’amico Ali per chiedere se sa qualcosa. E Ali l’assassino risponde come se fosse normale quello che ha appena compiuto: «La macchina è mia, gli ho dato fuoco per ammazzare chi c’era dentro. Hanno avuto una discussione con mio fratello e un altro, li hanno aggrediti...». Come se una lite, un pugno in faccia (quando è stato fermato Ahmed aveva un occhio tumefatto), potessero giustificare una strage.










