Incontri La regista parla di «Romeria», il suo nuovo film in sala il prossimo 11 giugno, ispirato alla sua autobiografia

C’è un sentimento che unisce la generazione di autrici e autori spagnoli nati durante la transizione dal franchismo e dopo il patto dell’oblio che ne è derivato. Una sorta di trauma nascosto, un non-detto mai affrontato capace di riemergere in forma sempre differente, attraverso una violenza più o meno velata. In As Bestas (2023) di Rodrigo Sorogoyen, è una faida nella comunità rurale della Galizia, dove il silenzio viene mostrato come un costrutto sociale, una forma di potere. Nei film di Alauda Ruiz de Azúa, come Los domingos (2025), è declinato invece in un’ottica familiare e privata. O anche in 20.000 specie di api, della regista basca Estibaliz Urresola Solaguren, dove la transizione di una bambina rappresenta la latente rottura con i tabù del passato.

Ad accomunarli è una tensione del rimosso implicita, che il cinema di Carla Simón è in grado di sintetizzare perfettamente. Classe 1986, Simón nasce a Barcellona e cresce in un piccolo paese della Catalogna. Dopo la laurea, ottiene una borsa di studio per completare la sua formazione a Londra, dove dirige i primi cortometraggi, tra cui Born Positive (2012), progetto che tratta il tema dei bambini nati con l’Hiv. Ma è con l’esordio Verano 1993 (2017), che per la prima volta mette in scena la tacita elaborazione del lutto. Una bambina orfana, Frida, è specchio della regista nella tragedia dell’epidemia di Aids che ha decimato la gioventù della «movida», gli anni di passaggio dopo la fine del franchismo.